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giovedì 23 agosto 2012

Monti, quando le buone intenzioni rimangono al palo

"I nostri sforzi saranno indirizzati a risanare la situazione finanziaria, a riprendere il cammino della crescita in un quadro di accresciuta attenzione all'equità sociale. Lo dobbiamo ai nostri figli. Dobbiamo dare loro un futuro concreto di dignità e di speranza". 

Le parole sono di Mario Monti. Sono quelle pronunciate a novembre 2011, quando in diretta Tv il premier tracciava con chiarezza gli obiettivi del governo che si apprestava a guidare. I neretti, invece, li abbiamo messi noi, per evidenziare quanto fosse socialdemocratico, ancor prima che liberale (nelle intenzioni) il sentiero che superMario si apprestava a percorrere. Ma è andata davvero così? La natura strutturale delle riforme messe in campo non permette di giudicare oggi la ricaduta a medio termine sul Paese. C'è bisogno di tempo. Così sarà anche per i super-obiettivi del Consiglio dei Ministri previsto per domani. Bisognerà attendere gli effetti. Certo, fa sorridere l'idea che il governo pensi di azzerare il digital divide entro il 2013, al punto che sorge il dubbio che si tratti della consueta forzatura giornalistica. Non ci si è riusciti negli ultimi 15 anni, figuriamoci in pochi mesi.

L'eredità che Monti può lasciare a questo paese, proprio per raggiungere gli obiettivi della dichiarazione di novembre - è quello di un'ossatura economico-finanziaria più robusta, per affrontare l'aria grama che ci attende. Il premier, con un certo azzardo, rilascia le prime dichiarazioni di "crisi quasi finita", ma per ora i segnali sono di tutt'altro tenore. Lo spread, per capirci, sino ad ora ha dimostrato un andamento del tutto impermeabile sia al colore della guida di Palazzo Chigi, sia alle riforme messe in campo. L'export, d'altro canto, è in aumento. Si, è un parametro che garantisce ossigeno e liquidità, ma è anche l'indicatore più evidente della svalutazione dell'Euro, l'unico collante della traballante economia della vecchia Europa.

Difficile, insomma, trovare ragioni per l'ottimismo. Bisogna avere fiducia, mettiamola così. Ma bisogna averne davvero in grande quantità, anche perché, a breve, saremo chiamati a votare e tutto tornerà nelle mani della politica. Il pre-accordo sulla nuova legge elettorale dimostra che avremo di nuovo un parlamento di nominati, non di eletti. E tentativo di Monti di "...riprendere il cammino della crescita in un quadro di accresciuta attenzione all'equità sociale..."  rischia di rimanere una delle tante buone intenzioni rimaste al palo.

mercoledì 16 maggio 2012

Peter Gomez - Ecco perché 5 Stelle potrebbe far saltare il banco





Ballottaggi 2012 alle porte: i programmi del Pd e del MoVimento 5 Stelle hanno molte affinità. Dentro il Pd, però, verso Grillo ci sono atteggiamenti diametralmente opposti: c'è chi non lo vuol sentire neanche nominare e c'è chi lo 'studia' per capirlo. Il parere di Peter Gomez, direttore dell'edizione online del Fatto Quotidiano.

La partita decisiva si gioca a Parma dove alcuni sondaggi danno i due candidati al ballottaggio, il PD Bernazzoli e il 5stelle Pizzarotti, testa a testa. Dovesse vincere quest'ultimo, spiega Peppino Caldarola su Linkiesta, "il passaggio alla terza repubblica diventerà inevitabile".

venerdì 27 aprile 2012

Finanziamento pubblico si o no?

L'intervento di Davide Lombardi delle Officine Tolau al tg di Studio 1 del 26 aprile 2012, edizione delle 19.30, sul tema del finanziamento pubblico ai partiti. Qui l'edizione integrale del tg.
 

domenica 8 aprile 2012

Le immagini di Giovanni Tizian non sono di La7. Sono di tutti

Il tono era gentile, ma il messaggio era chiaro e diceva più o meno così: Care Officine Tolau, perché nella vostra video-intervista a Giovanni Tizian (il giornalista costretto alla scorta armata dopo le minacce ricevute) avete utilizzato immagini di proprietà de La7?
Semplice: perché non erano immagini de La7, erano nostre. Anzi, erano - e sono tutt'ora - di tutti, perché questa è la nostra scelta.

Riepiloghiamo rapidissimamente questa storia, che secondo noi è paradigmatica di un certo modo (sbagliato, oltre che sorpassato) di intendere il copyright su web.

Il 16 dicembre 2011 noi, le Officine Tolau (Paolo Tomassone, Stefano Aurighi, Davide Lombardi), intervistiamo Giovanni Tizian, giornalista e amico, che da qualche giorno ha pubblicato il libro-inchiesta "Gotica - ’ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea". Registriamo una lunga intervista a Modena, al parco della Resistenza, che pubblichiamo (insieme a 3 foto scattate da Davide Lombardi durante le riprese) sul nostro blog e sul nostro canale Youtube il 16 dicembre con il titolo "Il caso non è chiuso".
Circa un mese più tardi, l'11 gennaio 2012, la Gazzetta di Modena pubblica una notizia che non avremmo mai voluto leggere: Giovanni Tizian, minacciato per i suoi articoli, è costretto vivere sotto scorta. La notizia, terribile ed angosciante, è ripresa per giorni da tutto il sistema dei media.
Quasi tutti i tg nazionali e locali e un'infinità di siti web riprendono ovviamente la nostra intervista, che hanno trovato sul web e che era di fatto l'unico materiale disponibile. Alcuni lo fanno citando la fonte, la maggior parte non lo fa. La foto diventa addirittura immagine ufficiale della campagna "Io mi chiamo Giovanni Tizian".
A noi tutto questo fa molto piacere, per un motivo: siamo per la licenza "Creative Commons", cioè autorizziamo gratuitamente il riutilizzo di tutti i nostri materiali (chiedendo solo di citare la fonte) perché riteniamo che la libera circolazione delle notizie sia una ricchezza per tutti. Tanto più in un caso così drammatico come quello di Giovanni Tizian. E' vero, molti non citano la fonte. Pazienza, capita.

Ma qualche settimana fa la cosa si fa paradossale. Riceviamo questa mail da YouTube:
"Gentile OfficineTolau, il tuo video "il caso non è chiuso" potrebbe includere contenuti che sono di proprietà di/concessi in licenza da La7, ma è ancora disponibile su YouTube [...]"

La cosa ci fa ridere, naturalmente, visto che le immagini sono nostre e sono - per nostra precisa volontà - utilizzabili da chiunque.
In tempi rapidi inviamo a Youtube le nostre 'controdeduzioni', spiegando (indicando i link) che le immagini sono nostre, anzi, di tutti vista la nostra decisione di indicare  la licenza "Creative Commons", mica di La7. Pochi giorni più tardi, arriva una seconda mail da Youtube:

"Gentile OfficineTolau, La7 ha esaminato la tua contestazione e ha abbandonato il suo reclamo per violazione del copyright sul tuo video "il caso non è chiuso". 

Il messaggio di Youtube chiude la vicenda (e ci mancherebbe altro), ma lascia aperta la questione di fondo: Ha ancora senso in piena epoca web che le immagini siano soggette a copyright?

lunedì 6 febbraio 2012

Il rap del pendolare

Febbraio 2012. Continua l'odissea del pendolari. Ecco il "rap del pendolare" delle Officine Tolau.

martedì 6 dicembre 2011

Arrivarci tardi, arrivarci tutti (anche i ricercatori)

Il Post segnala che presto saranno resi noti i risultati di una ricerca del Guardian e della London School of Economics sui disordini di Londra dal 6 al 10 agosto scorsi e anticipa: "Dalla ricerca emerge un dato su tutti: la maggior parte dei giovani ha deciso di partecipare alle sommosse per la loro forte ostilità nei confronti della polizia".
Ma che sorpresa!

La notizia, secondo me, deve farci riflettere sul fatto che spesso alcune ricerche sociologiche non fanno altro che confermare delle ovvietà talmente lapalissiane da rendere inutili le stesse ricerche. Quel che questi ricercatori dicono dopo "l'analisi delle testimonianze di 270 persone che hanno partecipato alle sommosse di Londra, Birmingham, Liverpool, Nottingham, Manchester e Salford e l'analisi di 2,5 milioni di milioni di messaggi su Twitter, ottenendo una quantità di dati e informazioni senza precedenti per studiare il fenomeno", il buon Nichi Vendola lo diceva in due righe il giorno dopo i fatti di Roma, senza scomodare le società di analisi e ricerca: "Il blocco nero coinvolge frammenti di antagonismo e di estrema destra sociale, mescolando vaghi miti ideologici con pratiche da guerriglia metropolitana e di semplice gangsterismo. La palestra ideologica e il luogo concreto di reclutamento sono le curve degli stadi. Quanto al programma politico, diciamo così, è piuttosto rozzo: dagli allo sbirro".
Si, si, è vero, i black bloc che hanno fatto tutto quel casino a Roma non sono assimilabili al 100% ai teppisti che hanno messo a ferro e fuoco Londra, ma il nocciolo duro di quelli che hanno fatto i veri guai erano propri i soliti incappucciati. E ce l'avevano soprattutto con la Polizia. Sai che novità.

mercoledì 9 novembre 2011

Costi scandinavi e prestazioni sudamericane

Il bello di Internet è che ormai i commenti a post o articoli pubblicati sono spesso più interessanti degli stessi. Come questo commento di tal Carlo Grezio a questo post di Oscar Giannino.

In questo paese non esiste più da tempo una classe politica capace di inquadrare i problemi gerarchicamente e di impostare strategie di ampio respiro capaci di poggiare su più pilastri per arrivare ad un risultato strutturale e consolidato nel tempo .
Si continua a parlare di ipotesi di singoli interventi senza avere una quadro di riferimento condiviso di problemi, cause ed effetti e nemmeno di obbiettivi di medio lungo periodo.

Le cosiddette manovre sono un guazzabuglio di provvedimenti parziali e contraddittori, oltre che mal scritti.
E’ tutto un rincorrersi di pannicelli caldi e palliativi, come diventa qualunque provvedimento se non è preso in una cornice ampia e coordinata ,che eviti contraddizioni e effetti collaterali e perversi.

DEBITO PUBBLICO: non è la causa, ma l’effetto della dissennata gestione in deficit della amministrazione pubblica da oltre un secolo. Se non pareggi mai costi e ricavi alla fine avrai un debito insostenibile.(ovviamente da misurarsi non rispetto al Pil, ma rispetto alle entrate annuali). Che senso ha ipotizzare manovre straordinarie di riduzione del debito se non si blocca il meccanismo che l’ha fatto inesorabilmente crescere anno dopo anno?

CRESCITA ECONOMICA: ormai ferma da oltre un decennio pur misurandola – in modo più o meno truffaldino – inserendo nel PIL quote crescenti di economia sommersa. E’ indispensabile che riprenda la crescita non solo perché così risulterà più agevole gestire lo stock di debito pubblico, ma per risolvere problemi di disoccupazione, di povertà crescente, di distruzione di ricchezza cumulata, di futuro per i giovani.
Non si avrà ripresa della crescita senza misure di incentivazione/attrazione degli investimenti, quindi di riduzione della pressione fiscale sul lavoro e sull’impresa.

PRESSIONE FISCALE: insopportabile sia che la si misuri come quota % di un Pil misurato in modo truffaldino (cioè incrementato dell’economia sommersa) ormai al 45 – 46 %, sia che la si misuri – come sa chi paga le tasse – in termini del 60-65% su chi produce redditi da lavoro e da impresa. Ne deriva che la pressione fiscale è fortissima su lavoro e impresa, molto forte sui consumi e molto blanda sulle rendite.(per i rentiers puri l’italia è di fatto un paradiso fiscale) . Questa situazione – assolutamente ingiusta anche in caso di finanza pubblica in ordine – è causa , non effetto, della bassa crescita economica.

EVASIONE FISCALE: è contemporaneamente causa ed effetto di una serie di fenomeni. Sicuramente è causata da aliquote marginali particolarmente esose richieste in cambio di servizi pubblici vergognosi, ma soprattutto congegnando il tutto in modo che chi può sottrarsi facilmente alla tassazione lo possa fare senza porsi più di tanto il problema. Alla fine abbiamo una pressione fiscale insopportabile ai danni di chi non può sottrarsi, per esempio i lavoratori dipendenti (non perché più onesti, infatti sono disponibilissimi in genere a mettere in nero parte delle loro prestazioni – per es gli straordinari) accompagnata da una forte disattenzione/complicità rispetto a chi può sottrarsi più facilmente.

Grande è la confusione sotto il cielo

Nel conflitto globale dichiarato tra le oligarchie politico finanziare e le democrazie cui accennavamo nel post di ieri riprendendo un articolo di Nadia Urbinati, esiste una specificità tutta italiana che rende - se possibile - ancora più grande la confusione sotto il cielo.

Infatti in Italia ben più che altrove, come ci ricorda l'economista Franco Debenedetti, cause del debito sono spese e sprechi. Vizi endogeni che nemmeno un cieco potrebbe negare essere elementi strutturali del quadro socio-economico di questo Paese. Vizi endemici, non certo frutti del sole estivo di questo 2011, mostruosamente amplificati dal disastro politico che il tramonto di quasi un ventennio di berlusconismo porta con sé, travolgendo tutto e tutti.

martedì 8 novembre 2011

La democrazia? Un problema. Per i "mercati"

La democrazia? Rischia di essere messa in naftalina.

E' quanto sostiene la politologa Nadia Urbinati che, in un articolo pubblicato su Repubblica di oggi, analizza le ragioni dello scontro in atto tra il movimento degli indignados (o Occupy Wall Street, come li si voglia chiamare) e le oligarchie economico finanziarie globali che, di fatto, sono i veri Masters of the Universe contemporaneo.

Nelle democrazie - spiega Urbinati - le oligarchie che da sempre governano in tutti i tempi e tutti i luoghi, vengono incorporate nel sistema (democratico). Almeno, fino a quando "l'economia cresce e produce ricchezza alla quale tutti, chi più e chi meno, possono sperare di accedere e, nei fatti, vi accedono anche. Ma quando questa condizione decade, allora la moltitudine comincia a proporre politiche che intaccano le ricchezze e le proprietà dei pochi, politiche fiscali redistributive. È a questo punto che la differenza tra oligarchia e democrazia si mostra con tutta la sua radicalità".

"Occupy Wall Street – prosegue la politologa - è il segno che la tregua tra oligarchia e democrazia si è interrotta. Le pressioni delle dirigenze finanziarie e bancarie sulla democrazia greca (...) affinché non ricorra al referendum è il segno di un'escalation del potere oligarchico su quello democratico. E che il popolo greco non vada al referendum è un segno del potere che l'oligarchia ha di fare sentire la sua voce. Ma è anche un segno del fatto che le procedure democratiche stesse possono diventare un problema se il loro uso paventa esiti che possono mettere a repentaglio l'interesse materiale dei pochi".

martedì 1 novembre 2011

La mia banca mi presterebbe 7mila euro, ma poi ne vorrebbe indietro 9726: + 40%

Quando il telefono squilla, ho appena immerso il cucchiaio di legno nell'acqua bollente, pronto a recuperare uno spaghetto per saggiarne la cottura. Eccheppalle, sempre all'ora di pranzo chiamano per proporti nuovi contratti telefonici.

Vabbè, vediamo.

Aiuto! Sul display appare il numero della mia banca. Non il centralino, proprio il numero della mia filiale. Avrò fatto qualche casino? Il mio rosso in banca è troppo rosso? Cosa c'è di così urgente da chiamarmi a casa all'ora di pranzo? Non è mai successo in vent'anni.

Sfodero un "pronto?" sicuro, da uomo innocente ed integerrimo, deciso a vendere cara la pelle e a non far scuocere la pasta.

"Signor Aurighi?"
Qui non posso negare: "Si, buongiorno".
"Buongiorno signor Aurighi, è la filiale XYZ della Banca XYZ", dice una voce femminile cortese e davvero gentile.
Penso tra me e me : "Vabbè, fin qui lo sapevo".
"Signor Aurighi, il suo nome risulta tra quelli..."
Mi cade il cucchiaio nell'acqua bollente. Sta a vedere che ho fatto davvero qualche casino.
"Il suo nome risulta tra quelli a cui la banca ha deciso di fare..."
"Un mazzo così", penso.
"...un prestito a condizioni favorevoli".

Il discorso di Renzi è stato scritto da Beppe Grillo



Al netto della retorica piaciona e delle ovvietà sparse a piene mani, quello di Matteo Renzi al Big-Bang di Firenze è stato un discorso che sembrava scritto da Beppe Grillo.

Certo, il giovin Matteo non parla con il microfono nelle viscere come Grillo, che schiuma furore ad ogni sillaba. Però è evidente: dietro la forma scanzonata dell'accento toscano, che ingentilisce anche i sassi, passa la sostanza poderosa del grillismo di Renzi, applaudito proprio nei passaggi-chiave che sono così poco Pd e così tanto Cinque Stelle.

Facciamo il gioco delle analogie con il grillismo? Facilissimo.
Dice Renzi: “Smetteremo di pensare che si può vivere oggi pensando che si può lasciar da pagare a quelli che verranno dopo. E su questo la vera sfida sarà la questione ambientale”. Ma va? Pare di averla sentita altrove prima che dentro il Pd. Era ora, comunque.

domenica 30 ottobre 2011

Un'altra politica? Può nascere solo dall'indignazione

Su Internazionale n. 921, il sociologo spagnolo Manuel Castells ripercorre le azioni degli indignados in questi ultimi mesi tracciando caratteristiche e prospettive del movimento.

Il 15 ottobre del 2011 è stato un giorno di svolta per i movimenti nell’era di internet. Centinaia di migliaia di persone hanno manifestato in più di mille città di 82 paesi rispondendo a un appello lanciato inizialmente da un gruppo su Facebook. L’iniziativa è nata a settembre a Barcellona durante una riunione delle reti di attivisti che hanno convocato la manifestazione internazionale del 15 ottobre con lo slogan #unitedforglobalchange. I manifestanti criticavano il capitalismo inanziario che ha scatenato la crisi e i governi che sembrano essere al suo servizio. Non sono emersi dei leader e non sono nati dei comitati di direzione, solo assemblee e reti locali collegate in reti globali.

Dopo le rivoluzioni arabe, le rivolte in Grecia, gli indignati in Spagna e in Europa, la mobilitazione contro il governo israeliano e la rapida difusione delle occupazioni e delle manifestazioni in centinaia di città degli Stati Uniti, la convergenza delle proposte del 15 ottobre è stata un segnale del carattere globale del movimento. Ma ogni protesta locale è stata caratterizzata dalle sue rivendicazioni.

sabato 29 ottobre 2011

Quell'equazione impossibile del presente

Viene da chiedersi come due variabili apparentemente così lontane tra loro possano trovare soluzione in quell'equazione che potremmo chiamare "il nostro tempo" o, più semplicemente, "contemporaneità".

Da una parte gli indignados, il cui movimento globale sembra certificare l'implosione del capitalismo, o quantomeno della sua deriva contemporanea (ma è mai esistito un capitalismo buono per tutti, dove quel tutti, ormai, ha veramente una dimensione globale?), che allude, esplicitamente o implicitamente, a modelli di decrescita rispetto a quello tsunami che sempre più si rivela "la crescita continua".

lunedì 10 ottobre 2011

La città nuda

Ieri sera al Te-te di Modena, prima presentazione ufficiale del documentario del giovane giornalista Gabriele Veronesi "Modena al cubo", un viaggio tra le pieghe delle scelte urbanistiche presenti e future che ridisegneranno la città. Scelte che - come racconta il bel lavoro di Veronesi - incontrano l'opposizione di una fetta importante di cittadini, raggruppati in diversi comitati, ma uniti dal comune dissenso rispetto alle decisioni assunte dall'Amministrazione guidata dal sindaco Giorgio Pighi.

Il film (che sarà disponibile integralmente tra un paio di giorni sul sito modena3) e il dibattito che ne è seguito, moderato da Stefano Aurighi, sono ben raccontati in questo articolo della Gazzetta di Modena.

Al di là della cronaca, quel che mi preme sottolineare qui è che il tema della crescita edilizia di una città, a Modena come altrove, è questione che va oltre l'adeguatezza o meno degli interpreti locali (nel caso modenese, il criticatissimo assessore Daniele Sitta o, ancora, le storiche cooperative edili "rosse" che in continuità col cosiddetto modello emiliano eserciterebbero un potere capace di incidere ben più in profondità rispetto a una dinamica tra soggetto pubblico e privato fondata esclusivamente su asettiche "regole di mercato") ma è parte integrante di un modello di sviluppo globale, probabilmente giunto al suo punto di rottura, che, per perpetuare se stesso, è obbligato a una crescita infinita.
Come un enorme blob.

Semplificando: in questo periodo di profonda crisi economica (e politica), siamo costantemente bombardati da quella che viene propagandata come l'unica ricetta possibile per lasciarci alle spalle questi fase: l'economia deve riprendere a crescere.
Cioè: bisogna produrre - e vendere - più auto, più telefonini, più case, più tutto; pena: lo sprofondamento in meccanismi recessivi sempre più vischiosi.

Ora, l'edilizia è stata dal dopoguerra ad oggi, in Italia, in Europa & Usa, e ora nel mondo intero (almeno quello cosiddetto in via di sviluppo) uno dei motori dell'economia globale.
In Cina (ma non solo lì) si costruiscono intere città e centri commerciali fantasma solo per mantenere alti i livelli di crescita: la bolla immobiliare.

Il punto allora è che Modena con i suoi problemi urbanistici, è solo una scheggia di una meccanismo molto più grande - un incontrollabile Golem, ormai - che va ben oltre i confini del Secchia e del Panaro: è il nostro modello di sviluppo che non funziona più, perché prevede un impiego di tutte le risorse disponibili (quelle ambientali, in questo caso) fino all'esaurimento totale.

E' sicuramente giusto continuare nelle battaglie locali, ma senza tralasciare la visione globale.
Non si possono criticare le scelte specifiche di una persona (l'assessore Sitta, nel nostro caso) pensando che, rimosso lui, le questioni possano essere risolte o, quantomeno, prendere un'altra piega. Cosa vera e possibile solo in piccola misura.

Il punto è che se vogliamo abbracciare un modello di decrescita (unico modello alternativo possibile) urbana ed edilizia per Modena (anche solo in termini di espansione dei metri cubi), non lo possiamo fare "a compartimenti stagni", ma sapendo che rinunciare a questo modello significa rinunciare anche, ad esempio, all'ultimo IPad, a cambiare telefonino ogni sei mesi, ad usare l'auto in qualsiasi occasione, eccetera eccetera. Perché mai come oggi è valido il cosiddetto "effetto farfalla" secondo il quale il "minimo battito d’ali di una farfalla è in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo".

Insomma c'è poco da raccontarcela: Modena è nuda. E noi con lei.

Da sinistra a destra: Stefano Aurighi e Gabriele Veronesi


Tantissime persone presenti alla serata

MUSIC PAINTING - Glocal Sound - Matteo Negrin from Smile Lab on Vimeo.